Quali parole per Gaza

Noi siamo qui oggi per protestare contro il rinnovo del memorandum d’intesa militare con Israele. Perché non vogliamo che il nostro Paese sia complice con l’orribile, indicibile massacro che si sta compiendo a Gaza, perché vogliamo che la posizione dell’Italia e dell’Unione Europea sia di forte e chiara opposizione all’azione di Israele.

Noi vediamo le immagini che ci arrivano da Gaza, le testimonianze sparse che pure riescono a raggiungerci. Sono immagini e testimonianze terribili. E sono 20 mesi, che siamo sommersi da quelle immagini, 600 giorni!

Immagini che non solo parlano di morti atroci, di violenze incommensurabili. Immagini che, tra l’altro, non danno ragione dell’enorme ricchezza, dell’inestimabile patrimonio storico che viene distrutto da quei mezzi e da quelle bombe che noi, e i nostri partner europei, forniamo ad Israele. I palazzi ottomani, la moschea Omari, la chiesa di San Porfirio, una storia che va indietro nei secoli fino alla tribù di Canaan…

L’artista Malak Mattar ha composto un’opera, un’installazione, ispirandosi al famoso Guernica di Picasso. Contiene immagini aeree di Gaza prese nel maggio 2023, nell’ottobre 2023 e nel maggio 2024. Dovreste vederla (è l’immagine mostrata in testa a questo pezzo). Si intitola No words… for Gaza. Nessuna parola per Gaza.

Perché ci sono cose che non sono comunicabili con le parole.

Ma le parole sono tutto ciò che alcuni di noi hanno.

Ed è importante che le pronunciamo, che le facciamo sentire. Più di un artista, più di uno scrittore o scrittrice palestinese ci racconta che sono decenni che le cose non fanno che peggiorare. E noi vi abbiamo assistito passivamente, senza fare nulla.

C’è una crudeltà che negli ultimi mesi si è fatta persino più manifesta, più acuta, a cui non si può rimanere indifferenti.

E richiede che noi – e il nostro Paese – decidiamo da che parte della Storia vogliamo stare. Perché la nostra complicità, nel nome di una presunta civiltà occidentale che ci accomunerebbe a Israele, è oggi insostenibile.

È dal 1948 che è in atto una Nakba, come la chiamano i palestinesi, un’espulsione dalle case e dai territori che quel popolo martoriato aveva abitato per secoli, da parte dei nuovi arrivati, coloni ebrei che, dopo aver messo in piedi il loro Stato riconosciuto dalle Nazioni Unite, hanno iniziato ad allargarsi, espropriando case e terre, distruggendo vite, storie.

Sono 77 anni che va avanti quella pulizia etnica, con il consenso e il sostegno di europei e americani. E oggi, il popolo di Gaza, ingabbiato, bombardato e ridotto alla fame, langue indifeso. Oggi, dei 36 ospedali che c’erano nella striscia ne sono rimasti 3.

In molti hanno definito quanto sta accadendo a Gaza un genocidio, come se massacro o sterminio di massa, da far ricadere nella categoria dei crimini di guerra, non bastasse. Dopo l’Olocausto ebreo, si disse «mai più», e venne stabilito in sede internazionale quali fossero i criteri perché crimini di guerra fossero punibili come genocidio. Ma nel Novecento e fino ad oggi, altri genocidi sono stati compiuti, prima e dopo l’Olocausto, senza nulla togliere all’enormità di quanto accaduto contro gli ebrei in Germania e sotto il nazismo. Ci sono stati il genocidio congolese, 10 milioni di vittime ad opera dei colonialisti belgi, e quello in Namibia, 100mila Herero uccisi ad opera dei tedeschi. Ci sono stati il genocidio ruandese nel 1994 – un milione di Tutsi massacrati dalle milizie Hutu – e il genocidio di Srebrenica, in cui più di ottomila bosniaci musulmani vennero uccisi dalle milizie serbe nel luglio 1995. C’è stato un genocidio in Cambodia, in cui vennero eliminati fino a 2 milioni di persone tra il 1975 e il 1979 dal regime dei Khmer Rossi. E ce n’è stato uno in Indonesia, tra il 1965 e il 1966, quando fino a un milione di comunisti e altri appartenenti a vari gruppi etnici vennero massacrati dal regime di Suharto.

Tutti questi sono stati definiti genocidi. E tutti sono stati commessi da specifici regimi e unanimemente condannati. In nessun caso né i cambogiani né gli indonesiani, né i serbi, né gli Hutu, né i belgi, né i tedeschi, sono stati considerati responsabili, ma i regimi che li governavano. Lo stesso Olocausto ebreo non ci ha impedito di fare dei tedeschi un popolo amico. Ora, il regime oggi al potere in Israele sta perpetrando uno sterminio che ha tutte le caratteristiche del genocidio. E molti ebrei, tanto quelli in Israele che quelli della diaspora, non accettano che loro, contro i quali fu commesso un genocidio di proporzioni enormi, possano essere accusati di compiere tanto abominio. E che criticare, denunciare il governo di Israele, per quanto democraticamente eletto, possa in qualche modo sminuire quanto da loro subito per mano nazista in Europa. Ma non sono loro ad essere accusati, ma il governo di Israele! Gli amici ebrei dovrebbero sapere che l’Olocausto resta scolpito nella storia intoccato e che sarà solo da loro che dipenderà il dissociare quanto sta facendo Israele a Gaza dal popolo ebreo. Solo il rifiuto a fare questo alimenta l’antisemitismo, come lo farebbe per i serbi e per ogni altro popolo il cui governo si è macchiato di tanto crimine.

Dobbiamo dire no allo sterminio perpetrato da Israele contro il popolo palestinese. 50mila o un milione non fa differenza, perché è la pratica genocidaria che va condannata. E armare Israele, ora, significa farsi complici di Israele.

Allo sterminio, poi, si aggiunge quella che è stato chiamato l’ecocidio. Israele ha fatto di Gaza un ambiente così tossico per la vita umana, saturo dei residui cancerogeni delle esplosioni, che resterà invivibile per decenni.

È una ferita che non si rimarginerà. Perché lo scopo della violenza, come ebbe a dire Frantz Fanon, va oltre i suoi effetti fisici, vuole essere un atto performativo di onnipotenza. Israele vuole dimostrare la sua onnipotenza.

Come ci ha ricordato Omar El Ekkad, un giorno, quando sarà ovvio, quando non potremo non chiamare quello che è successo con il suo nome, quando sarà troppo tardi per dire che è stata colpa di questo o di quello, quando tutto sarà tornato alla normalità, ognuno di noi dirà di essere stato contro tutto questo. Ma sarà troppo tardi.

È oggi che dobbiamo denunciare, che dobbiamo pronunciare le parole necessarie. Perché sono tutto ciò che abbiamo.

(Letto al presidio per Gaza in piazza Nettuno a Bologna il 6 giugno 2025)