Piazza delle domande o delle risposte?
Ginevra Bompiani
Michele Serra ha detto della sua piazza che non aveva risposte ma solo domande. La mia impressione è inversa: una piazza di perentorie risposte senza domande. Le risposte erano soprattutto due: Europa! e Pace!
Ma non ho sentito domande come: quale Europa? Quella di oggi o quella di ieri? Quella sperata o quella armata? E quale pace? chi è il nemico? E quando comincia?
No, niente domande. A meno che Michele Serra consideri domande le bandiere. Ma le bandiere non sono domande né risposte: sono vecchie affermazioni incaponite. Per questo, se fossi stata a Roma, sarei andata a piazza Barberini e avrei portato più cartelloni con parole scritte che bandiere.
Sono sicura che a Piazza del Popolo, a chiunque fosse stato chiesto se voleva la Pace, avrebbe risposto di sì. Tutti vogliono la Pace! Già, ma quando? A che condizioni? Che tipo di pace? E chi la decide? Ogni concordanza sarebbe caduta alla prima obiezione. Non ci sarebbero state risposte comuni, ognuno avrebbe dato la sua, un’intera geografia di risposte, una buona dose di alzate di spalle, di slogan, di sguardi indispettiti, di mani che giocano in tasca con piccoli droni portatili.
Essere per la pace, a dire il vero, significa poco. Tutti vogliono la pace, ma a suo tempo e suo modo. E forse anche in piazza Barberini ci sarà stata la stessa varietà di risposte. Perché la pace è una di quelle parole che non prevede definizione. La pace è semplicemente il luogo dove le cose possono succedere, belle e brutte, buone e cattive, litigiose e serene, giuste e ingiuste. È semplicemente il tempo del possibile. La guerra invece è il tempo che sottrae ogni possibilità, una a una, e di ciascuna lascia la sua voragine.
Ma a volte succede che il possibile finisca per stancare, che quel suo essere sempre sul punto di accadere ti esponga all’ansia e alla delusione, succede che non ne puoi più di illuderti. E allora viene quella smania, quella fretta, quel delirio. E chiunque ti mostri un piccolo inferno luccicante ti trascina con sé.
Ecco, siamo proprio in questo frangente.
In quella bella piazza innocente, fra le sue due chiese protettive, fra parole di pace e di vanità, di festa e di arroganza, credo che avrei visto serpeggiare piccoli pifferai magici, con le loro parole zuccherose, le loro cicute tascabili, e avviarsi i loro cortei di ignari e somari, che abbozzavano qualche passo di danza marziale, ondulando le braccia, avanti, indietro, un due un due..
Vecchioni e Scurati, o della retorica
Pier Giorgio Ardeni
Povero Roberto, forse avevi in mente le parole di quella tua vecchia canzone «Ridere, ridere, ridere ancora, ora la guerra paura non fa» e volevi farti forza, ergendoti a paladino della rivolta guerresca, arrivando a dire che «non esiste corrispondenza tra pace e pacifismo, sono due cose molto diverse. Non si può accettare qualsiasi pace». E quale pace non è accettabile? Pensa se Putin e Zelensky facessero pace, davanti a Donald che dà una pacca sulla spalla a ciascuno: anche in quel caso diresti che non si può accettare? Certo, sarebbe una resa, non una pace, per il triste Zelensky. Ma pensa se poi, un mese dopo, la Russia decidesse di attaccare di nuovo e tutti a dire, te compreso: «Ve l’avevamo detto!». Ma non è quello che sta facendo oggi Netanyahu, dopo aver accettato una tregua? Peccato che non hai trovato una parola da spendere su Gaza e sulla superiorità di noi europei nel trattare la questione e di come, davvero, tutto ciò ci sia estraneo… Ma non stiamo forse sostenendo Netanyahu in ogni sua mossa? Eh, certo, la nostra superiorità non si abbassa a tanto… la democrazia «fa degli errori», peccato che siano settant’anni ormai che li fa sulla Palestina.
Certo, non hai avuto un gran tempismo. Proprio nei giorni in cui Valditara ha emesso le sue deliranti “linee guida” – sostenendo che solo noi abbiamo la storia e sappiamo cos’è – in Piazza del popolo hai affermato che «gli altri» la nostra cultura non ce l’hanno, anzi, non sanno neppure cosa sia la cultura:
«Adesso chiudete gli occhi e pensate ai nomi che vi dico. Io vi dico Socrate, vi dico Cartesio, Spinoza, Hegel e Marx; vi dico Cervantes, Shakespeare, Pirandello, Manzoni e Leopardi. Ma gli altri le hanno queste cose?».
«Questa parola, cultura, dovrebbe finire qui, perché non so come sia, a parte qualche intellettuale in America, dovrebbe essere nostra, e basta. Certamente è nostra, la cultura. Loro non sanno cosa sia. Noi abbiamo l’obbligo pacifista di far vedere agli altri che possiamo difenderci coi denti».
Ma come hai fatto, Vecchioni, a pensare che ci siamo noi, gli europei, e ci sono loro. Loro chi? Dovevi spiegarti meglio: chi sono gli altri che non hanno cultura? Forse, intendevi i russi? Forse intendevi dire che Tolstoij, Dostoevskij, Puskin, Gorki, Turgenev, Gogol, Grossman, Pasternak, Bulgakov, Majakovskij non sono cultura. E che Čajkovskij, Stravinskij, Musorgskij e Prokofiev non è vera musica. Come ti capisco. Vai te a dirgli che noi abbiamo l’eterno festival della canzone italiana a Sanremo, il meglio della musica nazionale. Altro che balletti russi!
O forse intendevi gli arabi? Gran parte del pensiero greco che noi oggi consideriamo patrimonio occidentale sarebbe andato perduto se non fosse stato per il contributo degli studiosi del mondo arabo-islamico medievale. Durante l’età dell’oro islamica studiosi come Al-Kindi, Al-Farabi, Avicenna (che si chiamava Ibn Sina) e Averroè (il cui nome non latinizzato era Ibn Rushd) non solo preservarono i testi di Aristotele, Platone attraverso accurate traduzioni in arabo, ma li commentarono, li interpretarono e li svilupparono ulteriormente. Questi testi vennero poi ritradotti in latino a partire dal XII secolo, permettendone la riscoperta nell’Europa medievale. Senza questo passaggio attraverso la civiltà islamica, gran parte della filosofia, della matematica e della scienza greca sarebbe andata perduta durante l’alto Medioevo europeo. Ma, certo, per te gli arabi sono solo i tagliatori di teste dell’Isis, i talebani, i terroristi del Bataclan e delle Torri gemelle.
O forse intendevi gli indiani, i cinesi, gli asiatici? Tutta l’immensa e millennaria cultura orientale, Gibran, Mishima, Tagore,il tao, lo yoga, lo zen, il buddismo (l’unica religione che non ha mai avuto fanatici).
Povero Vecchioni, e altri come te, su quel palco, come Fabrizio Bentivoglio, che avete anche utilizzato l’origine greca della democrazia come argomento per sostenere la superiorità della cultura occidentale. Perché la democrazia è il “top di gamma” dei sistemi di governo che gli altri non capiscono e non vogliono imitare. Ma siamo modesti!
Eppure, non riesco a non pensare a quanta violenza sia stata perpetrata in nome della nostra superiorità! A cominciare da quella in nome di Cristo, che non ha mai saputo di essere diventato cristiano e di aver reso così inevitabile sterminare tanti selvaggi. Ma non è stata per caso l’Europa a inventare il fascismo e il nazismo? L’antisemitismo e il razzismo? Il colonialismo genocidario, l’imperialismo sterminatore? Non erano europei quelli che hanno messo in atto l’olocausto?
Forse ti sei confuso, parlando di noi.
Purtroppo, il messaggio che è venuto da quella piazza, a causa tua, è che la cultura europea è superiore a qualsiasi altra e perciò dobbiamo difenderla combattendo. O non volevi dire questo? Che le nostre armi saranno quelle della parola e dell’arte?
Meno male che c’era Renata Colorni, figlia di Eugenio Colorni e Ursula Hirschman a difenderci dalla tua difesa.
Mentre ti ascoltavo non riuscivo a ricordare tutte le tue canzoni che parlavano d’amore e di sofferenza. Ma a un certo punto, hai avuto un guizzo e hai parlato della destra, e ho pensato che stessi correggendo il tiro. Hai detto che la destra avrebbe «un solo scopo, quello di dominare e schiacciare». E allora mi aspettavo che dicessi che noi non vogliamo dominare e schiacciare… No, hai detto che abbiamo fatto un sacco di “cazzate” e che i giovani dovranno correggerle. E siccome siamo superiori, dovranno dimostrarlo sul campo. Il campo di battaglia?
Poi, è venuto Scurati che ha nostalgia dei guerrieri, che ci critica perché ci siamo rammolliti. Parla di noi italiani, noi europei.
«Non siamo gente che invade i paesi confinanti, non siamo gente che rade al suolo le città, non massacriamo e torturiamo civili con gusto sadico, non deportiamo bambini per usarli come riscatto. Lo abbiamo fatto fino a 80 anni fa, ma proprio per questo abbiamo smesso. Noi non siamo gente che deporta clandestini in catene davanti alle telecamere, non tagliamo finanziamenti ad associazioni umanitarie, non neghiamo la scienza, non umiliamo in mondovisione il leader di un paese che combatte per la propria sopravvivenza. Per fortuna, non siamo così, dice il Fariseo. Ripudiare la guerra non significa essere vigliacchi. Aver studiato il nazismo e il fascismo mi ha insegnato che la lotta è diversa dalla guerra. Essere contro la guerra non significa non lottare, e democrazia vuol dire sempre lotta per la democrazia».
Ognuna di queste affermazioni è una beffa. Forse che in Iraq, Libia, Afghanistan non eravamo al seguito degli Stati Uniti? Non abbiamo raso al suolo città, non abbiamo massacrato e torturato civili: certo, in Iraq (Abu Ghabi) c’è stato qualche malinteso, per non parlare di ciò che fa Israele… Ma Israele non è “europeo”! Noi non deportiamo clandestini, li lasciamo morire in mare. Non tagliamo finanziamenti ad associazioni umanitarie, le ancoriamo nei porti.
E, in ogni caso, se ripudiamo la guerra, è per vigliaccheria. Quella che nasce dal sapere, perché abbiamo memoria, e non dimentichiamo cos’è la guerra che noi europei abbiamo provocato
Il tuo amico Michele Serra, dopo l’apoteosi di Piazza del Popolo, è andato in tv dal collega Fabio Fazio a dire che «un po’ di paura, secondo me, è un ingrediente necessario in questo momento». Non vedo l’ora che vi venga un po’ di paura ai primi passi marziali. Un dué. Un dué. Un dué.