Ho conosciuto Goffredo a Parigi. Avevo 24 anni e lui 26.
L’esperienza di Danilo Dolci era finita. Cercava qualcos’altro.
Per più di metà della mia vita, Goffredo mi ha sgridata. Poi, un giorno, non mi ha sgridata più. Ha
cominciato invece a farmi dei complimenti.
Non riuscivo a crederci e mi sono chiesta perché. Che cosa era cambiato in me, che lui ora
apprezzava? Poi ho capito che quello che apprezzava era che non fossi cambiata affatto. Che fossi
rimasta immatura, come mi aveva conosciuta.
E questo è esattamente quello che è successo a lui. Non è mai diventato un uomo maturo. E’
rimasto nuovo. Che non vuol dire che sia rimasto uguale, ma ‘iniziale’. Era sempre al principio.
Tutto quello che faceva, che pensava, che raccontava nasceva allora. Qualcuno forse si stupiva che
dopo aver fatto una magnifica rivista, ne facesse un’altra, quasi fosse stanco della precedente: ne
era stanco, infatti, perché non era nuova e a questo punto la lasciava andare.
Le mille cose che ha fatto e detto, non sono invecchiate con lui. Per tutta la vita non ha fatto che nascere. Non ha avuto il tempo o la pigrizia di cambiare. Di evolvere. Di combaciare. Ha sempre graffiato la superficie delle cose e delle persone, come una pietra grezza che cade improvvisa fra materiali lisci e domestici. Ogni volta che guardava le cose, le persone, con il suo sguardo buono, le sue parole inclementi, era la prima.
Per questo, credo, guardava con affetto chi non sapeva maturare o combaciare, perché solo la
prima volta hai l’ardore e la risoluzione necessaria per affrontare la vita.
Solo chi è nuovo, alle prime armi, si batte con giusto fervore.
Che sia ancora oggi lo stesso che ho conosciuto allora, ve lo dice un sogno che fece, che mi
raccontò e non ho mai dimenticato. Sognò che camminava sulle mura di Gubbio, e diceva: “Alcuna morte mi piena lo capo, e morte tua da morte mia risponde”.
La sua morte era giovane allora. E lo è ancora adesso, appena nata. Ancora piena della sua
inarrestabile novità, che forse ora comincerà a invecchiare dentro di noi.